L’economia cinese correrà

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L’economia cinese correrà

A dispetto della crisi il premier Wen riafferma l’obiettivo di crescita all’8 per cento per quest’anno e si prepara a trattare con gli Usa. Per il Dalai Lama porta aperta ma niente azioni separatiste

PECHINO — In un tempo in cui il tempo è quello frenetico delle reazioni istantanee di un video gioco o il montaggio supersonico di un video musicale, per due ore mezza la Cina, e buona parte del mondo che conta, sono rimasti appesi alle labbra del premier cinese Wen Jiabao che lentamente sillabava in diretta TV la cruciale posizione del suo governo sull’economia globale.

 

Dato che la Cina è il più grande creditore del mondo, nonostante i tempi fuori tempo, molti si sono armati di pazienza e lo hanno ascoltato con attenzione.

Il punto cruciale è stata la riaffermazione, sicura che l’obiettivo della crescita all’8 per cento quest’anno può essere ottenuto. La cifra è accolta con incredulità dal consesso degli economisti internazionali, che guardano al calo del dato di crescita a dicembre 2008, che registrava un magro +6,8 per cento.

Wen però ha ribadito l’obiettivo spiegando che dei 4 trilioni di yuan (circa 450 miliardi di euro) del piano di stimolo 595 miliardi sono già stati allocati. Nel complesso del pacchetto poi il governo centrale metterà 1,18 trilioni di yuan, il resto arriverà dalle autorità locali.

I fondi dal governo centrale saranno usati per “progetti di pubblica utilità, innovazione tecnologica, protezione ambientale e progetti infrastrutturali,” ha detto Wen. Né sono previste misure straordinarie, almeno per il momento, anche se il premier non ha escluso che altri fondi potrebbero essere investiti all’occorrenza.

Si tratta di investimenti che non andranno comunque sprecati, non saranno eccessivi, perché “con 900 milioni di persone che vivono in zone rurali” non c’è quasi fondo alle infrastrutture da realizzare. Questo è un mercato che, ha sottolineato Wen, è potenzialmente più grande di quello europeo e americano messi insieme.

Intanto nelle zone interne già si registrano segni di ripresa. Il sindaco di Changsha, capoluogo della regione meridionale dello Hunan, ha detto che nei primi due mesi dell’anno la crescita economica è stata di oltre il 12 per cento e che a riprova di questo dato la crescita del consumo dell’elettricità è stato del 15 per cento.

Nessun cambiamento neanche per quanto riguarda l’uso delle riserve, che ormai hanno superato i 2 trilioni di dollari. Non sarebbe meglio investirli in progetti di sviluppo in Cina piuttosto che in Buoni del tesoro americani? Ha chiesto la stampa. No, servono per le necessità del commercio internazionale del Paese, ha risposto Wen.

In realtà quindi la Cina conferma il sostegno ormai praticamente militante per il dollaro e l’economia Usa, anche se il governo non nasconde i suoi timori.

“Siamo estremamente interessati agli sviluppi in America… e abbiamo grandi aspettative sui passi (presi dall’amministrazione Obama) – ha annunciato il primo ministro – naturalmente, a dirla tutta, siamo preoccupati della sicurezza dei nostri investimenti”.

Il rischio che si intravede però è duplice: di efficacia delle misure adottate ma anche di accordo sulle politiche strategiche richieste da Pechino a Washington.

La crescita cinese, l’uso delle riserve, la collaborazione nella protezione ambientale, saranno poi tutti argomenti che il ministro degli esteri di Pechino discuterà già la settimana prossima a Washington con l’amministrazione del presidente americano Barak Obama.

Wen non si preoccupa invece dei soldi spesi per Taiwan, che l’anno scorso ha avuto un attivo commerciale con Pechino di 77 miliardi di dollari. L’economia dell’isola, di fatto indipendente formalmente parte di un’unica Cina, può contare sull’appoggio di Pechino, e anzi nel 2009 si potrebbe arrivare a un accordo di pace che comporterebbe la smobilitazione dei missili oggi puntati contro Taipei.

Tutto questo è frutto dello sviluppo dei colloqui con la nuova dirigenza taiwanese, ma gli stessi progressi non si registrano invece con il Dalai Lama, il dio-re del Tibet, a cui Wen ha chiesto di cessare le sue attività separatiste.

Il premier ha ribadito che la porta del dialogo è sempre aperta con il leader tibetano ma ha anche ricordato come il Dalai Lama ancora insista a chiedere il ritiro delle truppe cinesi dall’altipiano e controllare l’immigrazione dei cinesi non di etnia tibetana in Tibet, richieste che secondo Pechino allontanano di fatto la regione dal resto del Paese.

In realtà, la forza stessa oggi di affermare una crescita dell’8 per cento, il mantenimento di miliardi di buoni americani, e quindi mondiali, restringe gli spazi di manovra del Dalai Lama, che rischia di diventare una strana ridondanza nella marcia della crescita economica, ma anche politica cinese.

fonte – la stampa

Così l’economia cinese sfrutta la crisi per aumentare il benessere nel paese

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Così l’economia cinese sfrutta la crisi per aumentare il benessere nel paese

Di fronte ad aziende in crisi alla continua ricerca di investimenti esteri per evitare la bancarotta, ci sono stati, come la Cina, che cercano di sfruttare le difficoltà altrui a proprio vantaggio. A causa del continuo calo del prezzo dell’acciaio che sta creando sempre più problemi ai produttori nazionali, Pechino ha iniziato a interessarsi all’acquisto di capitali azionari di gruppi che vendono minerali ferrosi (quelli che servono a produrre l’acciaio ndr) con l’obiettivo di farne calare il prezzo aiutando così le aziende cinesi a mantenere la competitività sul mercato internazionale. Chi viene acquistato, anche se solo parzialmente, spesso non presta la dovuta attenzione alle finalità della strategia cinese e considera solo i lati positivi delle iniezioni di capitali dall’estero. Ma in Australia, per fortuna, c’è chi ha iniziato ad aprire gli occhi, accusando Pechino di voler subdolamente “trasferire benessere dall’Australia alla Cina”.

 

La fortuna della Repubblica popolare deriva da un sistema bancario che non è stato travolto dalla crisi ma che, al contrario, continua a garantire ai colossi nazionali ampi margini per quel che riguarda i crediti da investire. Soprattutto se ci sono in ballo operazioni strategicamente importanti. China Development Bank, ad esempio, sta finanziando l’investimento più significativo fatto dal Paese sino ad oggi: 19,5 miliardi di dollari destinati all’acquisto del 18% di Rio Tinto, industria mineraria australiana che ha disperatamente bisogno di aiuto per pagare i 19 miliardi di debiti accumulati negli ultimi due anni. Ma gli azionisti di Rio Tinto sembrano tutt’altro che disponibili a firmare un accordo con Pechino, convinti che la Cina, una volta entrata in possesso del 18% del gruppo, inizierà a importare i minerali a prezzi sempre più bassi, favorendo le sue industrie e contemporaneamente “trasferendo benessere” da un Paese all’altro, visto che i prezzi convenienti per i cinesi potranno essere ottenuti solo a discapito delle condizioni lavorative degli australiani.

Pochi giorni fa la China National Petroleum Corporation ha diffuso un rapporto sui piani di sviluppo nei settori di gas e petrolio non ancora resi pubblici dal Governo. “La Cina è pronta a incoraggiare tutte quelle aziende che decideranno di acquisire gruppi stranieri nei settori di materie prime e carburanti concedendo loro prestiti a condizioni particolarmente vantaggiose”, si legge nel rapporto. Quanto basta per immaginare che i “trasferimenti di benessere” a cui mira Pechino non si limiteranno all’Australia.

fonte – Panorama

 

La Borsa di Tokyo sale ancora

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La Borsa di Tokyo sale ancora

La Borsa di Tokyo chiude gli scambi in forte rialzo dell’1,95%, in scia ai guadagni di Wall Street, all’indebolimento dello yen sul dollaro e alle indiscrezioni su una possibile manovra aggiuntiva di stimolo all’economia, poi non annunciata, da parte della Cina.

L’indice Nikkei ha raggiunto sul finale quota 7.433,49 punti, 142,53 in più della chiusura di ieri. A beneficiare del recupero sono stati soprattutto i titoli dei macchinari come Komatsu e le società di spedizioni marittime. Nessun incremento al pacchetto di stimolo dell’economia è stato però annunciato oggi dal primo ministro cinese, Wen Jiabao, nel suo rapporto all’Assemblea nazionale del Popolo, che ha dato il via alla sua sessione annuale a Pechino.

 

Smentendo le previsione della vigila, secondo le quali il Governo avrebbe ”rafforzato” il pacchetto con nuove misure, Wen ha comunque confermato che l’obiettivo resta quello di una crescita dell’economia dell’8% nel 2009. ”E’ necessario sottolineare”, ha detto il primo ministro cinese ai circa tremila deputati dell’Assemblea, “che nel prevedere un +8% del Pil abbiamo preso in considerazione sia le nostre esigenze che la nostra possibilità di sostenere lo sviluppo”.

Pechino ha già annunciato interventi di sostegno all’economia per quasi 600 miliardi di dollari. A consolidare comunque la fiducia degli investitori nipponici è stata anche l’attesa per una nuova maxi-manovra di rilancio economico da parte del Governo nipponico da sottoporre alla Dieta dopo il via libera al budget 2009-2010 previsto entro fine mese. Si parla di una cifra intorno a 15-20.000 miliardi di yen, pari a 120-160 miliardi di euro.