La Cina conquista il mondo

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La Cina conquista il mondo

A lanciare l’allarme è stato il ministro delle Finanze della Corea del Sud, un mese fa: la Cina sta approfittando della crisi finanziaria per espandere la propria influenza nel mondo. E lo fa senza dare nell’occhio, ma con notevole efficacia, al punto che secondo alcuni osservatori sta proponendo un nuovo modello di sviluppo, destinato a rivaleggiare con quello anglosassone, meglio noto come «Washington consensus», la cui formula è nota, ma sempre meno popolare: privatizzazioni, libero commercio, diminuzione del ruolo dello Stato e deregolamentazione.

 

Pechino, invece, propone un approccio che, senza rinnegare l’economia di mercato, è più politico. Lo studioso cinese Cheng Enfu, citato recentemente dalla Washington Post, lo descrive così: lo Stato mantiene una presenza importante in alcuni settori strategici; incoraggia riforme graduali preferendole alle terapie di choc; partecipa al commercio mondiale ma mantenendo come riferimento e risorsa primaria l’economia interna. Infine, non antepone i cambiamenti culturali e politici allo sviluppo dei mercati su ampia scala. Come dire: si può essere consumisti mantenendo la propria identità e, soprattutto, senza concedere democrazia e libertà.
Un modello, battezzato «consenso di Pechino», che risulta seducente non solo per i danni provocati da Wall Street, che ha eroso la credibilità della Casa Bianca, ma innanzitutto perché sostenuto da una risorsa ormai rara: la disponibilità finanziaria. La Cina è uno dei pochi Paesi a disporre di ingenti riserve valutarie, che da qualche mese usa in maniera più articolata. Per rilanciare l’economia interna? Certo, ma non solo. Pechino compra meno Treasury bonds americani, mentre aumenta rapidamente le riserve d’oro e, soprattutto, gli aiuti ai Paesi internazionali. Non solo in Africa dove, da tempo, sottrae zone d’influenza agli Stati uniti e alla Francia.

Fino a qualche tempo fa, i Paesi in difficoltà potevano contare solo sull’aiuto degli Usa, diretto o tramite il Fondo monetario internazionale. Ma l’America, indebolita dalla recessione, non può più rispondere agli Sos altrui; Pechino, invece, sì. E generosamente, anche con Stati tradizionalmente amici di Washington. Ad esempio, la piccola e lontana (da Pechino) Giamaica, che qualche settimana fa era sull’orlo del fallimento. I cinesi l’hanno salvata accordandole un prestito da 128 milioni di dollari. Nell’America Latina hanno stretto rapporti economici privilegiati con il Venezuela (ricco di petrolio), la Bolivia (per le materie prime), strizzano l’occhio al Brasile e hanno aderito all’Inter-American Development Bank, la banca che promuove lo sviluppo economico nel Sud e nel centro America, nelle vesti di Paese donatore.

La stessa strategia viene applicata nel cortile di casa, ovvero in Asia e con Paesi importanti come il Kazakhstan e persino la Russia, dove molte società petrolifere azzoppate dal crollo delle quotazioni del greggio hanno trovato i fondi necessari per sopravvivere a Pechino anziché ad Alma Ata o a Mosca. Le cifre investite non sono enormi – 10 miliardi di dollari ai kazakhi, 25 ai russi – ma sufficienti per stabilire nuovi, insperati legami. L’espansionismo cinese avviene a prezzi di saldo e nell’ambito di un progetto a lungo termine che mira a modificare gli equilibri della finanza internazionale. Già perché Pechino concede i prestiti non più solo in dollari, ma anche in yuan. E negli ultimi cinque mesi ha firmato accordi valutari per 95 miliardi di dollari con sette Paesi, che, in cambio, hanno convertito in valuta cinese una parte delle proprie riserve. Pechino è in agguato e si rafforza, mentre l’America, nonostante Obama, soffre.

fonte – Il Giornale.it

Cina, Banca centrale: il Pil tornerà all’8%

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Cina, Banca centrale: il Pil tornerà all’8%

La Cina dovrebbe riuscire a centrare l’obiettivo di crescita dell’8% previsto dal governo. Lo ha detto oggi il vicegovernatore della Banca centrale cinese, Yi Gang, secondo cui numerosi segnali indicano che il momento peggiore della congiuntura per l’economia nazionale sembra essere passato. La scorsa settimana l’ufficio centrale di statistica ha rivelato l’andamento del Pil che è sceso appena sopra al 6 per cento. Ma ci sono segnali di miglioramento. “L’economia sta andando nella giusta direzione – ha detto Yi Gang – e le misure di stimolo hanno iniziato a funzionare. Il trend di ripresa dovrebbe continuare nel secondo trimestre e nel resto del 2009”.

 

Secondo il vicegovernatore, il momento peggiore della congiuntura è stato registrato negli ultimi 3 mesi del 2008 mentre successivamente le misure di stimolo hanno consentito all’economia di riprendere fiato. Secondo Yi Gang , la Cina si trova ora a fronteggiare alcune pressioni deflazioniste come evidenziato dal declino dei prezzi al consumo in marzo (-1,2% su anno). Secondo Yi, l’inflazione quest’anno sarà «molto bassa», ma «sperabilmente» resterà comunque positiva.

Secondo il vicegovernatore inoltre il settore bancario e finanziario della Cina «è sostanzialmente sano». Il vicegovernatore infine ha avuto parole distensive sul fronte dei cambi spiegando che la Cina è «un investitore di lungo termine nel dollaro» e che dunque un greenback stabile é nell’interesse di tutti. «Manteniamo una prospettiva di lungo termine nei nostri investimenti – ha detto – non ci interessano le speculazioni di breve termine». Da registrare che le previsioni ottimistiche della banca centrale della Cina sono condivise da Goldman Sachs. Ieri la banca d’affari ha alzato le sue previsioni sulla crescita del Pil nel 2009 all’8,3% dal precedente 6 per cento.

fonte – Il Sole 24 ore

Cina: Firmata Carta dei Diritti Umani

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Cina: Firmata Carta dei Diritti Umani

A vent’anni dalla repressione del movimento democratico di Tiananmen la Cina presenta il suo primo piano d’azione concreto sui diritti umani promettendo ai propri cittadini maggiori protezioni legali, più canali attraverso cui esprimere le proprie idee e più fondi proprio per l’educazione sociale sui diritti umani. È un segnale del governo alla Cina e all’America, il Paese con cui Pechino sta meditando un’alleanza, ben conscia che la differenza dei sistemi politici costituisce il maggiore ostacolo all’avvicinamento strategico. Il «piano di azione per il 2009 e 2010» è organizzato come i piani economici cinesi, con capitoli chiari, bilanci precisi e azioni concrete da attuare in questo biennio. Esordisce con una dichiarazione di principi che sembra pensata per rieccheggiare la Costituzione americana: «La piena realizzazione dei diritti umani è l’ideale a lungo perseguito dall’umanità ed è anche l’obiettivo per il quale il governo e il popolo cinese hanno a lungo lottato».

Questo ideale e questa lotta però devono essere compresi e letti alla luce delle condizioni di sviluppo, dell’economia, della geografia, della cultura e della storia cinese, spiega con pragmaticità il documento subito dopo. Ma, pur con tutta questa serie di cautele, il documento proposto dal governo della Repubblica Popolare parla di democrazia e cita la parola «socialista» una sola volta, come aggettivo per definire la modernizzazione in corso nel Paese.

Il documento sceglie di ignorare i casi singoli di arresti, di repressioni, e annuncia invece principi generali che dovranno essere rispettati dalle autorità per tutta una serie di «corpi deboli» della società cinese. Ci sono capitoli sui contadini, gli operai, la religione, le minoranze etniche, le donne e i bambini, gli anziani, gli handicappati. C’è spazio per i diritti dei detenuti, e per quelli delle persone sottoposte a un processo. Le novità più importanti riguardano i diritti di categorie politicamente delicate per il governo cinese, come i gruppi religiosi o le minoranze etniche, come tibetani e uiguri, che si sono spesso ribellate al governo di Pechino. Per le questioni religiose la novità politicamente più importante riguarda un incoraggiamento alle attività sociali dei gruppi di credenti. Questo aspetto era rimasto finora in una zona grigia, perché in realtà va a sconfinare in uno spazio che una volta era dello Stato e che oggi è stato lasciato libero, ma non era finora chiaramente definito. Il «piano» invece spiega che «il governo incoraggia e sostiene anche gli ambienti religiosi a lanciare programmi di assistenza sociale, ed esplorare metodi e canali per cui le religioni possano meglio servire la società e promuovere il benessere della popolazione».

Per quanto riguarda i tibetani e gli uiguri (quest’ultimi musulmani, maggioranza nella regione occidentale del Xinjiang), il documento del governo propone di aumentare la diffusione dell’educazione bilingue e diffondere giornali e mezzi di comunicazione in tibetano ed uiguro. L’enunciazione di questi principi può apparire vaga e rischia certamente di essere soggetta agli eventuali cambiamenti di clima politico nel Paese. Ma c’è un importante elemento di lungo termine nel nuovo piano di azione: il governo ha deciso di incoraggiare l’educazione sui diritti umani nelle scuole, tra gli studenti. L’ultimo aspetto del documento governativo è poi destinato probabilmente ad avere un impatto quasi immediato su scala globale. Per la prima volta infatti la Cina dichiara il suo impegno sulle questioni dei diritti . In altre parole vengono sconfessati anni di politica estera «agnostica» sulla situazione dei diritti umani in tanti Paesi. Naturalmente questo non significherà che da oggi in poi Pechino avrà un voltafaccia nei confronti dei suoi vecchi alleati, che hanno politiche interne a dir poco molto controverse, come per esempio il Sudan o l’Iran. Ma certamente significa che le relazioni di Pechino con questi Paesi dovranno da oggi in poi, su piani diversi, allinearsi di più ai principi promossi dall’Occidente

fonte – la Stampa